sabato 28 dicembre 2013

SINTASSI DELL'ILLUMINAZIONE - SECONDA PARTE





"yogo bhogāyate sākshāt duṣkṛtam sukritāyate 
mokṣāyate hi samsārah kauladharme kuleśvari" 
 (Kulārnava Tantra) 

Per il Tantrismo lo Yoga è godimento sensuale [yogo bhogāyate] e il piacere trasforma il mondo empirico, l'esistenza terrena, in un luogo di liberazione.
Per chi è abituato a pensare allo Yoga  come distacco e controllo delle passioni suona strano assai, ma se studiassero i primi canti dei Veda e le prime Upanishad si scoprirebbe che la realizzazione è la comprensione dell'identità di Essere e Divenire, di Nirvana e Samsara, diversi tra loro "come il mare e l'onda".
La natura dell'essere umano è ānanda, beatitudine suprema, che coincide con la libera comunicazione tra ambiente interno (CITTA AKASHA) e Universo (MAHA AKASHA), ma c'è un qualcosa, un blocco, un limite una specie di peccato originale che ci impedisce di vivere pienamente.
Al di là di tutte le teorie e le interpretazioni psicologiche e filosofiche, ciò che ci impedisce di "indossare" la vita terrena con la "dignità" che ci spetterebbe, è un errore di sintassi.





Sto parlando, dal mio punto di vista di yogin nato in occidente, sia di errori dovuti allo sviluppo, contemporaneo e interdipendente della società e dell'immaginario collettivo, sia di errori banali di interpretazione dei testi vedici.
Il linguaggio dello Yoga (e dell'Arte) è quello dei sogni e delle coincidenze significative;
si basa sull'intuizione e procede per analogie e balzi improvvisi senza tener conto delle categorie di spazio e tempo.
Il riferimento ultimo è l'universo e le lettere originarie dell'alfabeto universale sono le forze primarie della creazione: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, il Vento e lo Spazio che tutto contiene.
Ognuna di queste forze o energie è a sua volta una rappresentazione artistica di vibrazioni o note musicali che vengono riconosciute come modificazioni della vibrazione primaria, ciò che chiamiamo .
Energia allo stato puro, incontaminata, libera, "A-MORALE" e "A-LOGICA".
Le leggi umane, gli schemi di interpretazione, le categorie che crediamo eterne e assolute, nascono dopo, con la civiltà, e danno a questa energia A-MORALE e A-LOGICA una connotazione ora positiva ora negativa. 
L'acqua che ci disseta e rinfresca nell'afa estiva è la stessa che devasta i nostri campi.
Il fuoco che rallegra e riscalda è lo stesso che riduce in cenere le nostre case e i corpi dei nostri cari.
La natura non segue le nostre leggi, non rispetta né l'individuo né le relazioni grazie alle quali l'individualità prospera e trova giustificazioni alla sua stessa esistenza e questo per l'essere umano civilizzato è destabilizzante.
Non si tratta di un processo recente: le continue lotte tra Asura e Deva di cui abbonda la letteratura vedica testimoniano che si tratta di dinamiche antiche ed irrisolte.


 A prescindere dalle eventuali corrispondenze storiche (per alcuni i Deva sarebbero gli invasori Arii e gli Asura le popolazioni originarie dell'India) le epiche battaglie tra "Angeli e Demoni" narrate dai poeti indiani ci raccontano gli sforzi dell'uomo civilizzato di controllare e indirizzare le energie della natura, tentando di porsi, così, al di fuori della Natura stessa.
La parola āsura, o asura che nella nostra cultura figlia del dualismo platonico e cristiano, viene tradotta con demone, demoniaco, infernale, in principio significava "divino" e indicava, anche, il sole.
Gli Asura sono le forze della Natura, figli e manifestazioni della Dea senza nome.
Sono coloro che "esistono" (ASte), "sono", "rimangono", a prescindere dalle idee e dalle vicende umane.
Sono fuori di noi e, assieme dentro di noi.
Anzi rappresentano il nucleo fondamentale, il seme di ciò che chiamiamo vita.
Nel profondo del nostro animo, nelle acque limacciose dell'inconscio, dormono le forze primarie della natura: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio.
Forze meravigliose e spaventose assieme.
Le costruzioni della mente umana, i legami familiari, sociali, culturali, sono le catene con cui cerchiamo di imprigionarle.
Qualche volta emergono in superficie e sbocciano come stelle luminose nell'animo degli artisti o degli innamorati, generando pura Bellezza.
Le melodie che innalzano lo spirito, i tratti di pennello che rapiscono il cuore, i baci che rinnovano il desiderio sono sempre il riflesso dell'infinita potenzialità creativa delle forze primarie dell'Universo.
Altre volte, quando tentiamo con troppa foga di tenerle a bada, le forze della natura esplodono in forma di  Odio e Rabbia, Invidia e Gelosia, Brama  di Possesso, Orgoglio e Presunzione, Ignoranza.
Sono queste le emozioni negative, i cinque veleni che l'India induista e buddista ci ha insegnato a riconoscere nelle cinque teste di Shiva o nei cinque Dhyani Buddha.
L'Odio  è l'elemento Acqua così come l'Invidia è l'elemento Aria, la Brama il Fuoco, l'Orgoglio, la Terra e l'Ignoranza lo Spazio.
E così come l'Amore è il padre di tutto ciò che è Bellezza e Armonia, i Cinque veleni vengono generati dalla PAURA.
La paura dell'Ego che si sente minacciato da tutto ciò che ha il sapore dell'Universale e dell'Eterno.
I maestri dei Veda lo sapevano, conoscevano i segreti dei moti psichici e la loro simmetria con i moti universali.
Hanno assistito al desiderio dell'essere umano di crearsi dei limiti, costruendo case, città, comunità legate da comuni tratti somatici o da leggende nate attorno ai focolari nelle notte d'inverno e, consci dei pericoli insiti nello mitizzazione della personalità individuale (che trae dalle forze primarie gli aspetti più nefasti), hanno messo gli Asura, le forze della natura, al di là dei confini, nelle foreste e nelle notti popolate da bestie, gnomi e spiritelli alati.
Gli Asura vengono cacciati dalle città, ma i nuovi dei, ingioiellati e ben vestiti, non erano sufficienti a garantire la felicità, la beatitudine suprema che di diritto spetta all'essere umano e così ad indicare la via della Liberazione viene messo, [sia nell'induismo che nel buddhismo sotto forma di Mahakaal] Shiva, il distruttore, il danzatore sacro che anela a null'altro che ad unirsi con la Grande Dea.
Shiva, tra gli dei dell'olimpo vedico, è l'unico a non aver casa. va in giro nudo (coperto appena da un perizoma di pelle di tigre) si adorna di serpenti in guisa di gioielli, beve in un cranio svuotato, fuma marijuana: è un Asura e, insieme, il dio supremo (Shiva Hara) che insegna agli esseri umani lo Hatha Yoga.
Shiva è il DIO OLTRE I CONFINI.



Ma torniamo agli errori di sintassi e  di comprensione.
La liberazione di cui si parla nello Yoga coincide con la libera comunicazione tra "ambiente interno e ambiente esterno".
La pratica yogica sarà quindi la via per rimuovere i blocchi psicofisici che impediscono la comunicazione.
Per rimuovere questi blocchi bisogna prima imparare il "linguaggio degli Dei".
Un linguaggio che è dentro di noi, sommerso nelle acque dell'inconscio.
I simboli con cui si esprime sono i riflessi delle energie primarie, basterebbe dare un'occhiata, in teoria, ma le sovrastrutture culturali si sono accumulate al nostro interno nascondendo sotto gli strati dell'immaginario collettivo i segni originari.
Nell'inconscio dell'uomo comune Totti o Belen Rodriguez sono simboli più vivi e attivi di Shiva e Parvati, ed il ripetere i nomi del Nataraja e della sua sposa, o mostrarne le effigi non sarà certo sufficiente a risvegliare le coscienze.




Se l'Illuminazione è la totale comunicazione e la conseguente identificazione con l'Universo e se la comunicazione avviene  in tre fasi, SINTASSI-COMPRENSIONE-PRAGMATICA, noi non avendo modo di riconoscere il linguaggio yogico, rischiamo di fermarci alla prima fase, sguazzando tra simboli senza vita e sepolcri imbiancati. 
A meno che, come dicono alcuni, non ci affidiamo alla Tradizione, ovvero agli insegnamenti di maestri e istruttori che si rifanno, o dicono di rifarsi, ai Veda. 
Paradossalmente spesso i problemi veri cominciano a questo punto. 
Visto che la cultura dominante (termine trito e ritrito, diciamo quello che piace alla maggior parte delle persone) è basata sull'apparire, i nuovi/vecchi maestri tradizionali vedono come negativo o non importante  tutto ciò che rientra nella sfera del sensibile.
L'esperienza del godimento sensoriale diventa un limite alla conoscenza e ciò che riguarda la passione e il desiderio viene (non sempre ma quasi) catalogato come inutile, dannoso, negativo.
Se bisogna guardare al nostro interno, dicono costoro, è meglio distaccarsi da tutto ciò che è "esterno".
A pelle questo dualismo tra spirito e materia, tra corpo e anima non mi è mai piaciuto.
Il rifiuto del corpo, considerato un inutile sacco pieno di sangue, urina e feci da molti dei miei conoscenti buddisti, neo advaita o neoplatonici mi è sempre suonato stonato come una campana di latta.
E quando hanno cercato di convincermi citando le parole dei maestri del passato, da Buddha a Shankara a Ramana Maharishi, ho sempre storto un po' il naso.
Visto che tutti coloro che, nello yoga, si pongono come Maestri illuminati o discepoli di maestri illuminati, si rifanno (o dicono di rifarsi) ai quattro libroni dei Veda mi sono rivolto a quelli.
Ho letto poco, per adesso, ma quel poco mi ha fatto sorgere una domanda: 
i maestri che parlano di corpo come tomba dell'anima e di yoga come distacco dal godimento sensuale hanno mai letto i veda?


Ciò che io ho trovato sconvolgente e straordinario probabilmente in chi non ha il mio stesso interesse per la filosofia vedantica non sortirà gli stessi effetti. provo comunque a spiegarmi nella maniera più chiara possibile.
 In quarant'anni di studio e pratica dello yoga ho preso confidenza con una serie di termini e concetti come Manas, Buddhi, Jnana ecc. considerati fondamentali per la comprensione dello yoga.
In particolare Manas, o meglio la sua sospensione o il suo annichilimento è la chiave di volta dell'architettura yogica.
Prendo il Glossario sanscrito  delle edizioni dell'Ashram Vidya:

Manas: [...] mente individuata ed empirica, dotata di capacità razionale analitica[...] coscienza empirica, il pensiero individuato di ordine formale.

Il manas sarebbe quindi un qualcosa che appartiene all'individuo e che è responsabile della visione soggettiva del mondo. Vediamo che ne dicono i Veda:

nāsadāsīyasūkta 4 (RV, X, 129)

"kāmas [...] manaso retaḥ prathamaṃ

ovvero "la prima cosa ad essere generata dal manas fu kāma".



Il nāsadāsīyasūkta è l'inno vedico della creazione.
Descrive l'Oceano nero di prima dell'inizio, senza giorno né notte, senza morte né immortalità. Una immensità A-LOGICA racchiusa nello "SPAZIO ESIGUO DEL CUORE UMANO"!
Ad un tratto senza un come e un perché in quell'oceano si riversa il desiderio, kāma, la prima cosa ad essere generata dal manas che non è come comunemente si crede, la mente, ma è il nucleo delle emozioni primarie.
L'universo dei veda nasce nel cuore dell'uomo dal turbinio della passione e del desiderio.
C'è una connotazione emotiva che accompagna tutte le fasi della creazione e che, quindi, non può non accompagnare la via a ritroso dello Yoga.
Una via costellata di stupore e meraviglia, scandita dai samadhi, gli stati estatici comuni agli yogin, agli artisti e agli amanti.
Per comunicare con l'universo bisogna essere capaci di liberare le emozioni e di riversare il desiderio dentro di noi e fuori di noi, nei nostri pensieri  e nelle nostre azioni.
Le lettere dell'alfabeto della creazione sono le emozioni che producono la spinta al godimento sensoriale e da questo vengono nutrite: senza Bogha (o godimento sensoriale) non c'è Yoga e senza Yoga non c'è Bogha.






domenica 22 dicembre 2013

LA SINTASSI DELL'ILLUMINAZIONE [ prima parte]



La comunicazione, tra esseri umani avviene in tre fasi:

Sintassi, Semantica e Pragmatica.

La sintassi è la definizione di un linguaggio comune. 

La semantica è la comprensione del significato delle singole parole, delle catene di parole, di ciò che si nasconde dietro le parole.
La pragmatica è il fine, il risultato.
Nella comunicazione il fine deve essere la trasformazione di uno stato.
Se sono tranquillamente seduto sulla panchina di un parco e X mi avverte gentilmente che sta cadendo un ramo sulla mia testa, cambio il mio stato fisico e mentale.
Se X non dicesse niente il ramo mi colpirebbe e magari mi spaccherei il cranio.
In senso stretto X comunica con me sia che mi avverta sia che non mi avverta.
La prima fase della comunicazione è la sintassi, ovvero la ricerca di un linguaggio comune.
Se non c'è un linguaggio comune il dialogo, le forme con cui il dialogo si sviluppa, i fenomeni di cui si tratta vengono ammantanti di mistero

Dove c'è mistero c'è possibilità di una serie di interpretazioni diversissime tra loro che possono innescare delle spirali di pensiero centripete.
Faccio un esempio (tratto da "Pragmatica della Comunicazione umana" di P.Watzlawick.... ed. Astrolabio): 


"In una zona del Canada del Nord il numero delle volpi aumenta 
e diminuisce con una periodicità degna di attenzione. 
La popolazione raggiunge la punta massima in un ciclo di quattro anni, 
poi declina fino alla quasi estinzione, e infine comincia a risalire. 
[....] non c'è nulla che spieghi tali cambiamenti, 
né nella natura della volpe né in quella di tutta la specie."


Da cosa dipende la ciclicità? 
È un qualche segno interpretabile solo da sciamani nativi americani? 
È dovuta alla legge dei grandi numeri e quindi al caso?
Dipende dal karma delle volpi? 
L'aumentare ed il diminuire ciclico della popolazione delle volpi in quella particolare zona resta un mistero fin quando qualcuno non ha l'idea di accostare i dati relativi alle volpi con quelli dei conigli selvatici la cui popolazione diminuisce quasi fino all'estinzione in corrispondenza del picco della popolazione delle volpi per poi aumentare al diminuire del numero di queste. 
Si scopre così che, in quella zona, le volpi si cibano quasi esclusivamente di conigli selvatici.
Quando le volpi aumentano non ci sono conigli sufficienti per tutte, i conigli rasentano l'estinzione, e le volpi cominciano a morire di fame e a fare meno cuccioli ecc. ecc.
Si tratta di un esempio apparentemente sciocco, ma interessante.
La lezione che se ne trae è che: 

"[...]un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica
Pare di un'ovvietà, l'ennesima scoperta dell'acqua calda, ma può essere fonte di riflessioni interessanti.
Il Mistero sussiste fin quando non lo si comprende.
Il contenuto di uno scrigno di metallo è misterioso fin quando non si ha la chiave e non la si usa. 



Quando si insegna, si scrive, o si discute di Yoga o di "Filosofia Realizzativa" abbiamo il fine più o meno dichiarato, di avvicinare noi stessi, gli allievi, gli interlocutori alle testimonianze di Maestri come Buddha, patanjali, Shankara, Ramakrishna, Ramana Maharishi che affermano di aver realizzato lo stato del "senza angoscia", di aver superato quell'ansia di incompiutezza che ci impedisce di vivere la vita pienamente, realizzando lo Stato Naturale, o Sahaja

Sahaja è "COMUNICAZIONE TOTALE".
In "termini tecnici" è lo stato in cui lo spazio interno Citta Akasha (ciò che chiamiamo a volte mente, a volte interiorità, a volte individualità) scambia liberamente energie con lo spazio esterno Maha Akasha (l'ambiente, l'universo intero) fino a far realizzare l'identità tra "ambiente interno" e "ambiente esterno", detta Cit Akasha o "infinito spazio senziente". 
Ciò che impedisce di accedere allo stato naturale è una serie di blocchi psichici, o vritti, o atteggiamenti della mente che conducono l'individuo in una spirale centripeta o spirale nevrotica, fonte di dolore, paura, rabbia.



Tutti gli insegnamenti dello yoga si possono ridurre ad una sola frase: "imparate a comunicare con l'Universo".
Bisogna imparare ad ascoltare, ad aprirsi per lasciar fluire pensieri, emozioni e desideri fino a scoprire, con stupore, che la loro natura è la stessa del vento e del fuoco e che gli occhi non brillano come stelle: sono stelle. 
Il messaggio è semplice, ma ci dice solo il cosa.
Come si fa a comunicare davvero con l'Universo?
E perchè non riusciamo a farlo, visto che è uno "Stato Naturale"?
La comunicazione , si è detto, avviene in tre fasi:

1) SINTASSI=Ricerca di un linguaggio comune.

2) SEMANTICA=Comprensione

3) PRAGMATICA= Risultato.
.
Se non si supera la prima fase, la ricerca di un linguaggio comune, l'accedere alle fasi successive è, ovviamente impossibile.
Nello Yoga si fa uso, spesso, di una lingua particolare quello che Ugo di san Vittore e Dante definiscono "Linguaggio Allegorico".

Ci sono quattro linguaggi diversi corrispondenti a quattro diversi mondi o stati di coscienza.
Il primo, o linguaggio letterale, è legato alla coscienza di veglia, il secondo, o linguaggio allegorico, al sogno, il terzo, o linguaggio morale, al sonno profondo e il quarto, o linguaggio anagogico, allo stato indefinibile che racchiude e trascende gli altri tre, detto, in sanscrito, Turiya
Il linguaggio allegorico è quello "degli dei", dei miti, dei sogni e delle coincidenze significative, una specie di gergo tecnico dello Yogin e dell'Artista. 
La SINTASSI della comunicazione con l'Universo è l'apprendimento dell'ABC del linguaggio allegorico (stato di sogno o Taijasa): occorre prendere confidenza con i "fili" che legano gli eventi del quotidiano ai moti psichici e alla danza delle energie cosmiche (i moti cosmici: le stagioni, le orbite planetarie...).
La COMPRENSIONE è lo svelamento della "tessitrice" ovvero della Legge che regola le dinamiche del microcosmo e del Macrocosmo (linguaggio morale, stato di sonno profondo o Prajna).
La PRAGMATICA è infine la realizzazione del Quarto Stato Coscienziale.

-fine prima parte-continua....

venerdì 20 dicembre 2013

LA SPIRALE CENTRIPETA




Lo stato naturale (sahaja) è una condizione di libera e totale comunicazione.
Se pensiamo a ciascuno di noi come ad un campo morfico, una bolla di informazioni, il livello coscienziale dipenderà dall'ampiezza di questa bolla, ovvero dalla capacità di scambiare informazioni con il maggior numero possibile di esseri viventi.
Nell'illuminato il campo morfico è l'universo intero. Essendo l'illuminato o il liberato in vita, l'essere umano nel suo stato naturale, si deve praticare Yoga con la consapevolezza che la libera e totale comunicazione di energie (informazioni) dall'interno all'esterno sia uno stato accessibile a ciascuno di noi. 

Anzi, dovrebbe essere la condizione normale ("naturale") dell'Essere Umano.
la Non naturalità dibende dai "blocchi", dai contenuti psichici che impediscono parzialmente o totalmente il libero  fluire delle energie (informazioni). 





I blocchi psicofisici provengono, in genere, dalla "spirale centripeta del pensiero", una modalità "
non naturale", acquisita, di usare la mente.
In qualche modo, chissà quando e perché, l'essere umano ha imparato a recepire e trasmettere le informazioni in maniera obliqua o contraddittoria.
Itsuo Tsuda, in uno dei suoi libri, racconta un caso singolare trattato dal suo maestro Noguchi: un bambino, che non aveva mai dato segni di squilibrio psichico, improvvisamente comincia a gettare immondizia e cadaveri di animali nella stanza del fratello.

Noguchi scoprì che tutto era nato da un complimento
Un giorno la madre gli dice:

-"Come sei bravo tu.
Tuo fratello invece è proprio uno zozzone!
"-

Una frase, una frase sola, apparentemente inoffensiva può creare disastri.

Il bambino, probabilmente per la prima volta, fa caso alla differenza tra le due camere. 
Confronta la zozzeria del fratello con la propria pulizia, inizia discriminare tra bene e male, tra brutto e bello non in base ad una legge universale o qualche ideale estetico, ma usando come termine di paragone il giudizio della madre.
Se la madre avesse detto semplicemente -"Che bravo, è molto bello che a te piaccia la pulizia"- si sarebbe limitato a cercar di tener pulita la sua stanza o addirittura si sarebbe messo a pulire le altre stanze, perché la sua NATURAera tener pulito e in ordine.
Il riferimento al fratello ("Tuo fratello invece è proprio uno zozzone") insinua la malizia.
Nasce un qualcosa che non è nella sua natura, una diversa modalità o tecnica del pensare.
Se prima che la madre glielo facesse notare teneva pulita la sua stanza per il solo gusto di tenerla in ordine, adesso comincia ad agire per dimostrare di essere più pulito del frat
ello, di essere diverso.
Basta una frase o una sola parola per innescare, nella mente, la spirale centripeta che allontana un essere umano dalla sua propria natura.




Lavoro con le armi bianche da anni.
Mi piace e credo di essere abbastanza abile.
Supponiamo di parlare di spada con un gruppo di persone e supponiamo che io dica, citando un vecchio film: -"La spada è come il collo di una rondine, se la tieni stretta muore, se molli troppo la presa vola via"-
Uno dei presenti commenta la mia affermazione -"Si vede che non hai mai usato una spada in vita tua"-
Se in uno stato di "non vigilanza" faccio penetrare e agire quella frase nella mia mente, l'attenzione , mia e dei presentii, si sposterà dalla spada a me.
Punto nell'orgoglio potrei pensare "Perché questo afferma una falsità del genere?"
E magari comincerei a parlare delle mie esperienze precedenti, andrei a prendere video e foto, chiamerei qualcuno che possa testimoniare la mia abilità di spadaccino, o prenderei la spada con l'intenzione di dimostrare quanto sono bravo.
Se alla fine dimostrassi veramente di essere bravo e ricevessi gli applausi degli "spettatori"la frittata egotica sarebbe fatta.
Se in precedenza giocavo con la spada e ne parlavo per il solo piacere di farlo (cosa che in qualche modo è nella mia natura) adesso comincerei, probabilmente a giocarci ed a parlarne per ottenere l'apprezzamento altrui.



L'ego si sviluppa nella dinamica GRATIFICAZIONE - PUNIZIONE (Frustrazione).
Quando si parla Yoga o, come fanno alcuni, di "Filosofia Realizzativa" il discorso si fa più complesso, perché il fine dichiarato è la risoluzione dell'ego.  Facciamo un esempio: il discepolo X del  maestro di Yoga Y, un ricercatore serio, intelligente, preparato, diligente, sincero, mosso da quello che Raphael definisce "ardore realizzativo" per anni ed  anni sente il maestro Y ripetere  -"lo yoga è la pratica del Samadhi"-
Ma non ne ha mai fatto l'esperienza.
Sentendo e leggendo i racconti di altri che magari lui reputa più sciocchi o meno preparati o meno rispettosi del maestro, si sentirà frustrato.
La frustrazione (PUNIZIONE) avvierà una spirale centripeta che porterà alla rabbia ed alla insoddisfazione.
Inconsciamente con tutte le armi che ha a disposizione (logica, erudizione, titoli accademici...) cercherà di dimostrare che tutti coloro che affermano di aver esperito il samadhi sono dei cialtroni o che il samadhi non è strumento essenziale ecc. ecc.
Anche qui c'è uno spostamento dell'obbiettivo .
All'inizio il discepolo è mosso dall'ardore realizzativo o dalla sete di conoscenza.
La ricerca fa parte della sua natura, ricerca perché non può farne a meno.
Quando comincia a farsi viva la frustrazione, il fine diviene  l'esperienza soggettiva del samadhi.
Agli sforzi vani si accompagna l'aumento esponenziale della frustrazione e il  il fine ultimo diverrà il dimostrare che gli altri non sono ricercatori seri.



L'ego cerca sempre di affermare il suo essere unico.
Vuole  primeggiare perché si alimenta di gratificazioni e le gratificazioni giungono quando si vince, quando si è riconosciuti come il più buono, il più intelligente, il più furbo ecc. ecc.
Il discepolo X  non potendo dimostrare di essere il più qualcosa cercherà di dimostrare che nessun altro è più qualcosa di lui e maggiori saranno le sue qualità intellettuali e la sua erudizione maggiori saranno le possibilità di "successo".
L'esempio che ho fatto non è inventato: è la storia di uno dei più famosi yogin del XIX secolo, Vivekananda. Allievo del "folle amante della Dea" Ramakrishna Vivekananda, non avendo mai esperito il samadhi, per anni guardò con sospetto e sarcasmo le estasi del suo maestro e degli altri discepoli dandosi un gran daffare per dimostrare la cialtroneria di coloro che affermavano di aver "realizzato il Sé"

Quando finalmente, con Ramakrishna in punto di morte, visse uno stato di alterazione percettiva e di perdita della coscienza individuale si spaventò a morte (-"dov'è il mio corpo? Sento solo la mia testa....dove è finito il mio corpo..."-).
Appena fu in grado di camminare andò dal maestro che gli confermò la natura dell'esperienza e gli disse, più o meno: -"Adesso che sai cosa è l'esperienza del samadhi la custodisco io, tu hai altre cose da fare...." 



In qualche modo la spirale centripeta del pensiero, è contagiosa.

Quando si innesca quel particolare processo mentale ( 1)IO AMO TENER PULITO 2) SONO GRATIFICATO DAL MIO ESSERE PIU' PULITO DI ALTRI 3)SPORCO GLI ALTRI PER NON RISCHIARE DI NON RICEVERE PIU' LA GRATIFICAZIONE) si tirano fuori le parti peggiori di sé e degli altri.
Se nel tempo si è sviluppata una grande capacità di osservazione e si è mossi sostanzialmente da sentimenti di amore e benevolenza nei confronti dell'umanità il processo può rivelarsi positivo, ma se la capacità di osservazione è bassa e il desiderio primario, inconfessato, è quello di primeggiare o di mostrarsi non inferiori ad altri i risultati saranno nefasti.
La natura del praticante di Yoga è la liberazione.
La spirale centripeta, che spinge a cercare gratificazioni individuali o ad evitare che altri trovino gratificazioni non è naturale e, se spinta all'estremo, si trasforma nel seme della sofferenza e del dolore.



mercoledì 18 dicembre 2013

LA PAURA




Mi piacciono i versi dei Veda.
Sono poesia e scienza insieme, il che può apparire strano per noi abituati, erroneamente, a pensare che la scienza sia una roba fredda, razionale in antitesi con la passione creativa dell'artista.
La poesia è rivelazione è arriva, oggi come cinquemila anni fa, oltre i confini della logica, in quegli spazi infiniti davanti ai quali  la mente umana, attonita  non può che arrendersi.
Una delle immagini poetiche più ricorrenti nei testi vedici è quella del Cigno immerso in un fiume o in un oceano di latte (cfr. Atharva Veda,XI,4,21).
Significa tante cose il Cigno: è una delle costellazioni più luminose della Via Lattea (l'Oceano di Latte!), sicuro riferimento degli antichi naviganti; è un asana dello Hatha Yoga; è il Purusha (l'uomo universale) ed è il Brahman.
Ma è anche la Paura, l'ansia di incompiutezza che spinge l'essere umano a cercare delle stelle con cui possa orientarsi non nell'oceano indiano o oltre le colonne di Ercole, ma in quel fluire a-logico che chiamiamo vita.
Nella Mundaka Upanishad (I,4-5) il Cigno viene trascinato nelle acque del divenire, la "Ruota" di Brahman, Mahakaal per i tantrika.
Ed è solo, e spaventato, come il marinaio nel Maelström di Poe.



Paura in sanscrito si dice भय bhaya.
Di solito Ya, a prescindere dal significato letterale sta ad indicare il jiva, l'anima individuale e bha è legato alla radice भा bhā che significa luce, luminescenza.
I Veda ci raccontano che la paura nasce con la consapevolezza di esistere: Io sono qui, un guscio di noce trascinato dal mare in tempesta, sbattuto qua e là da onde che non posso controllare.
Il cigno della Mundaka Upanishad è così sorpreso da non riuscire neppure a volare, da dimenticarsi che, al pari dei petali del loto, le sue piume non temono l'acqua.
La paura di vivere è soprattutto la consapevolezza di non poter controllare gli eventi, le passioni, i desideri.




Di non poterle controllare come INDIVIDUO.
Ma l'individuo cos'è? Non è forse ciò che chiamiamo EGO.
L'ego è l'insieme delle relazioni con l'ambiente esterno, una serie di azioni e reazioni dovuti al contatto con qualcosa "altro da me",azione e reazioni che portano alle modificazioni (atteggiamenti) della mente che  Patanjali chiama vritti.
Alla fin fine le vritti di cui si parla e straparla tanto nello yoga non sono altro che l'individuo o  la persona umana e se pratichiamo, meditiamo, recitiamo mantra per "sospendere" o eliminare le vritti, stiamo lavorando per "morire a noi stessi".
Lo Yoga è l'arte di morire in piedi.
Ma quello che muore è il fantoccio dell'ego, vuoto simulacro intessuto con i fili della paura, dell'orgoglio, del desiderio.
Ciò che spinge a muoverci verso un oggetto è piacere e desiderio.
Ciò che spinge a fuggire da un oggetto e disgusto e paura.
Ed in questa dinamica riconosciamo ciò che comunemente si definisce vita.
Per sopravvivere alla Paura ci sono varie strade:
Alcuni mettono in dubbio la reale esistenza di quegli oggetti il cui contatto provoca azioni e reazioni chi ne fa le spese è (o dovrebbe essere) l'ego che vede le sue certezze svanire inesorabilmente.
Svanisce  l'idea/immagine che si ha di se stessi, e insieme vediamo  modificarsi l'ambiente con le sue categorie di tempo e spazio.
Ma la caduta di queste certezze (o il dubbio....) crea ancora più paura, maggior consapevolezza di non essere padroni del nostro destino.



Se cammino in una strada buia e improvvisamente mi si para davanti un cane enorme con la bava alla bocca e gli occhi da pazzo è ovvio che insorga la paura, intesa come normale reazione dell'organismo ad un impulso aggressivo E' quella paura lì che fa battere il cuore più forte, fa allargare i polmoni fa tremare le gambe: l'organismo si sta preparando, senza l'intervento della mente raziocinante, alla fuga o al combattimento.
A livello biochimico significa che l'organismo sta producendo noradrenalina.
Anche gli effetti opposti (il sentirsi svenire, il percepire estrema debolezza e battito cardiaco ridotto) sono una reazione naturale: l'organismo sta producendo endorfina ed altri neurormoni per mettere in atto la difesa passiva, il "fare il morto", difesa tipica anche di altri mammiferi e di insetti e rettili.
La paura che insorge nello yogin è altra cosa: è il panico di chi improvvisamente si ritrova, da solo, in un deserto silenzioso o nell'oceano in tempesta. Il Cigno dei Veda  trascinato dalla ruota di Brahman.
Non ci sono case, non ci sono volti familiari, non c'è niente che possa dare certezze e sicurezze.
Tutto appare "desueto".
Freud in un suo saggio chiama queste sensazioni "Il Perturbante".
Spesso è panico immotivato (apparentemente) altre volte è collegato a fenomeni: un conto, ad esempio, è dire "il tempo non esiste".
Cosa diversa è realizzarlo e, ad esempio, sognare ogni notte ciò che avverrà il giorno dopo. oppure ritrovarsi in piena coscienza a vivere episodi che sappiamo essere accaduti cento o mille anni prima.
Un conto è dire che "il corpo fisico è apparenza fenomenica", cosa diversa è realizzarlo e, ad esempio appoggiarsi ad un muro, per strada,in preda ad un capogiro e passarvi attraverso come un coltello nel burro.
La paura dello yogin è sempre collegata a contenuti psichici irrisolti, a resistenze opposte dall'ego che "naturalmente" si agita e combatte per non morire.
Il potere, immenso, della mente, porta alla costruzione di una vera e propria fortezza con torri merlate , ponti levatoi e guardie armate (i guardiani della soglia?).
Per distruggere la fortezze i mezzi ordinari sono inefficaci.
Servono la spada o l'arco magico di Shiva,  la lancia di Skanda, le arti guerriere e la totale dedizione di Hanuman. 
Nella Bhagavat Gita, Arjuna dovendo scegliere tra un istruttore che non parteciperà alla battaglia e cento trai guerrieri migliori, non ha dubbi: sceglie Krishna, l'Auriga. 
Sa già come andrà a finire, ma poi si rifiuta di combattere e  le sue motivazioni sono assai comprensibili, giuste, razionalmente ed umanamente ineccepibili:-"perché dovrei combattere e tentare di uccidere i miei parenti? le persone che amo?"-
-"Perché sono già morti"- risponde l'Auriga.
Che i morti seppelliscano i morti!
L'Ego per difendersi ti schiera davanti una serie di ostacoli rappresentati da motivazioni di ordine morale, razionale, estetico, ma lo yogin mosso dalla febbrile aspirazione alla verità (che è la qualificazione principe del praticante) sa nel profondo del suo cuore che si tratta di fantasmi, di fantocci.
Se si è deciso non c'è possibilità di nascondere le ali.
La paura, nello Yoga, è una fedele compagna di viaggio: non ti abbandona mai. 


domenica 15 dicembre 2013

LA PRATICA DELL'INFELICITÀ



L'infelicità è la cosa che più mi stupisce nell'essere umano.
Soprattutto nei praticanti di yoga.
La vita, la Dea, la Shakti o comunque la si voglia chiamare, è bella assai.
Piena di spine, certo, come ogni rosa degna di tale nome, ma se ci si ferma un attimo, un attimo solo (Kshana) ad ascoltarla quando sta sbocciando, nello sguardo di due ragazzini innamorati, in una chiesa che ti si para davanti, improvvisa, nella primavera romana o nel canto notturno, in una lingua che non conosco, con cui una madre con la pelle che indovino assai più scura della mia fa addormentare la sua bambina, al piano di sopra, è difficile non amarla.
L'incapacità di goderne è uno strazio. Nonostante le più dotte interpretazioni di Upanishad, la pratica incessante di mantra e asana, la lettura di tonnellate di discorsi dei maestri del passato mi pare che la lezione n°1 dello yoga, il vivere nel presente, sembra essere molto lontana dall'essere appresa.
Si vive nel passato e nel futuro. 

Costantemente. 
Si rimpiange ciò che è stato e ciò che poteva essere e si fanno piani per il futuro, come i fioretti di una volta, per essere più bravi, più buoni, più altruisti. 
Oppure si pensa alle possibilità di avere successo. 
O, ancora, si pensa alle malattie possibili o alla morte, ineluttabile, nostra o dei nostri cari. 



In uno stato di totale scissura della personalità, tra praticanti di yoga, si continua pure a parlare di Centro,  Vivere l'Attimo, di Nirvana, di Sahaja.
L'essere umano è una creatura stravagante: passa più tempo a pensare alla vita che a viverla.
Questo non vuol dire che non  si agisca.
Anzi, ci si muove come formichine ipercinetiche.
Si vedono persone, si lavora, si va al cinema, si praticano asana, si legge, si discute.
Ma la felicità, lo stato naturale dell'Uomo, sembra l'isola che non c'è, o il "Monte Analogo" di Renée Daumal.
Alla base dell'infelicità c'è la difesa dell'ego.
Lo so che sembra banale, ma credo che la maggior parte delle persone viva in un libro autobiografico.
Letteratura invece di vita vissuta.
I miei amici neo-vedantini diranno che è ovvio, che Maya, il divenire, è sempre letteratura.
Certo, ma secondo lo Yoga, la vita umana è opera forgiata da mahat, la mente universale, mentre per la maggior parte di noi il libro viene scritto dalla  memoria individuale, piena di sogni irrealizzati, rancori, rimpianti.


Lo yogin dovrebbe vivere ogni gesto come un rito, rendendo sacro ogni istante della sua vita.
In sanscrito la "sacralizzazione" del quotidiano si chiama bhukti ed è la capacità di godere  di ogni fenomeno dedicando alla Dea ogni cibo, bevanda, lacrima o grido di piacere.
La realizzazione di bhukti è lo stato di colui che può affermare SHIVO'HAM (IO SONO SHIVA), BHAIRAVA'HAM (IO SONO BHAIRAVA) o SA'HAM ( IO SONO LEI, la DEA è UNA con me...).
Mukti invece è la liberazione dal ciclo delle rinascite (AHAM BRAHMASMI - IO SONO IL BRAHMAN).
Vedanta advaita dovrebbe essere la via di colui che vede entrambe, Bhukti e Mukti, come un'unico stato coscienziale.
Il vero yogin, il siddha, è colui che sperimenta  la Felicità nel quotidiano e la Felicità senza limiti, qui e nella Terra dell'Oltre, ora e per sempre.
Questo significa, vivere l'attimo.....

Chissà perché ci si ostina ad essere infelici... 



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mercoledì 4 dicembre 2013

L'INSEGNAMENTO DEL TIZZONE ARDENTE



Mandukyakarika, alatasànti prakarana 45-50, 82; traduzione di Raphael:

"E' la coscienza - senza nascita, senza moto e non grossolana e allo stesso modo tranquilla e non duale - che sembra muoversi ed avere qualità

Così la mente/coscienza è non nata e le anime sono altresì senza nascita.Coloro i quali conoscono ciò non cadono nell'errore/sofferenza.

Come il movimento di un tizzone ardente sembra avere una linea dritta o curva così ol movimento della coscienza appare essere il conoscitore e il conosciuto.

Come il tizzone ardente quando non è in moto diviene libero dalle apparenze e dalla nascita, cosiì la coscienza quando non è in movimento rimane libera dalle apparenze e dalla nascita.

quando il tizzone ardente è in moto , le apparenze non gli provongono da nessuna parte. Né esse vanno in altro luogo quando il tizzone ardente è fermo, né ad esso ritornano.

Le apparenze non provengono dal tizzone ardente a causa della loro mancanza di sostanzialità.
Anche nei confronti della coscienza avviene così perché le apparenze sono sempre identiche". 
"A causa del desiderio per qualunque oggetto il Signore (Atman) si presenta facilmente nascosto per cui viene scoperto con difficoltà."


Quello dell'alatachakra è un insegnamento buddhista:
Se si prende un tizzone ardente o un bastone infuocato e lo si fa ruotare, l'impressione dell'osservatore sarà quello di vedere un cerchio.
In realtà si tratta di istanti, di posizioni nello spazio del tizzone che in successione danno l'illusione del cerchio.
Il cerchio in un certo senso è privo di una sua propria natura (svabhava).
Avrebbe insomma un grado di "realtà"(?) minore rispetto al tizzone ardente o al bastone infuocato. 

Gaudapada si pone  una domanda apparentemente sciocca:
"se non ci fosse qualcuno che dà al tizzone o al bastone un movimento circolare, come sarebbe possibile osservare il cerchio di fuoco?



Giocare con il bastone infuocato tracciando delle forme sempre diverse è bellissimo.
Nella notte si disegna nell'aria e più veloce ruota il bastone e più reali e definite sembrano le forme disegnate.
Chiunque l'abbia fatto o visto fare comprende benissimo che è colui che gioca con il tizzone ardente a creare le forme.
Se il cerchio non ha natura propria essendo posizioni spaziali in successione della fiamma è anche vero che senza la volontà del "giocoliere" non esisterebbe neppure l'apparenza del cerchio.
Qualunque bambino è in grado di comprenderlo.
Se il giocoliere è vestito di scuro sarà difficile, all'inizio, scorgere i movimenti che danno origine alla forma di fuoco , ma basta poco per svelare l'illusione.
Qualunque bambino, volendo, è in grado di svelarla.
Non occorre essere Gaudapada.
E allora perché l'insegnamento sull'alatachakra è considerato, così importante?
Maya, il mondo percepito, è MISURA (Ma) di tempo e spazio.
Ogni fenomeno occupa determinate posizione nel tempo e nello spazio ed il susseguirsi di queste posizioni, di questi istanti, danno l'illusione dello scorrere della vita.
Esattamente come il susseguirsi delle posizioni della fiamma danno l'illusione del fuoco.
Se non ci fosse il giocoliere a muovere il bastone infuocato, come potrebbe la vita avere l'aspetto che noi conosciamo?
Il giocoliere è il Brahman.
La vita, l'universo, l'esistenza sono il cerchio di fuoco.
Noi possiamo vedere solo una piccola parte  del giocoliere (la mano, il braccio che muovono il bastone infuocato), ma pure, quel poco, è abbastanza da farci comprendere che è una volontà a muovere il tutto.
 Per il Vedanta ci sono quattro stati di coscienza dell'Essere Umano: veglia, sogno, sonno profondo e Turiya.
I primi tre sarebbero 1/4 del Brahman, Turiya i rimanenti 3/4, ma la volontà, l'essere, è UNICA
Veglia, sogno, stato di sonno profondo e Turiya.
Sono un'unica realtà.
Sono "La" Realtà.
Così come i quattro yuga (età dell'oro ecc.) che pensati in successione danno l'illusione del tempo, sono anch'essi un unica realtà.
"La" Realtà.
Proviamo a pensarli contemporanei, anziché in successione.
Proviamo a pensare che siano i quattro pada.
Proviamo a pensare che la Vita (maya) non sia illusione ma dei piani di realtà sempre più sottili, sempre più impalpabile, 
frequenze sempre più alte della nota fondamentale:
il kali yuga è lo stato di veglia, ovvero il cerchio di fuoco.

Il terzo yuga è lo stato del sogno, ovvero la fiamma, il tizzone ardente.

Il secondo yuga è lo stato di sonno profondo ovvero il braccio e la mano.

Il primo yuga è il quarto pada la parte invisibile del supremo giocoliere.
 


Tutto qui ed ora.
Tutto nell'impercettibile porzione di spazio-tempo che separa ogni istante di manifestazione del Brahman.
Non occorre essere Gaudapada ed aver integrato le scritture per comprendere che è il giocoliere a creare il cerchio di fuoco.
Basta essere innocenti come bambini.

CONSAPEVOLEZZA DELLA VACUITÀ



La vacuità non è il nulla, ma  la perfetta ed infinita pienezza.
Come potrebbe esserci la consapevolezza dell'onda nel mare che sa di essere mare?
Se il millepiedi vivesse nello stato coscenziale della sua millesima zampa le altre 999 si intralcerebbero tra loro e lui non potrebbe spostarsi di un millimetro.
Dire o realizzare , per esempio, IO NON SONO IL MIO CORPO FISICO non equivale a dire o realizzare IO NON SONO.
Essere consapevoli di NON ESSERE è una contraddizione in termini.
Si può avere consapevolezza solo di ciò che si è e, infine, di ESSERE.
Le parole non sono in grado di esprimere compiutamente gli stati di coscienza cui ci riferiamo parlando di meditazione, samadhi, ekagrata parinama o samyama parinama.
Così anche le più dotte disquisizioni su essere, consapevolezza, vuoto o le piùacute analisi dei sutra lasciano il tempo che trovano.
Ma non sempre è così.
Tra le pieghe degli insegnamenti tradizionali si scoprono a volte, degli spunti che possono essere interessanti.
Isvara , ad esempio è l'ignoranza perfetta (la non consapevolezza) che avvolge la Coscienza/Consapevolezza totale.
La realizzazione di questa incongruità, ovvero, sul piano soggettivo, la identificazione del livello di coscienza detto Prajna, può accompagnarsi ad un qualcosa che si potrebbe definire consapevolezza della vacuità.
Milarepa parla dello stagno di shamata (la fase che precede vipassana o vipasyana) in termini che potrebbero essere interpretati come "consapevolezza della vacuità", la coscienza che ciò che si è realizzato è il "tutto", ma che c'è qualcosa di più del tutto, qualcosa che lo "comprende".
Il Quarto, il Turiya dell'Advaita Vedanta, è lo stato della realizzazione non duale (gli altri tre sono veglia/visva, sogno/taijasa, sonno/prajna)
Il quarto è Brahman nirguna.
E' l' Ain soph della Qabbalah
E' Il grande Tao, di cui non si può parlare.
Si può intuire, ma non lo si può esprimere.
Tra le pieghe della tradizione, si trovano altri stadi di coscienza "oltre" Turiya.
Si parla di un Quinto livello di coscienza in cui la coscienza della totalità si accompagna alla consapevolezza individuale.
Sembra assurdo anche solo il parlarne, ma nel tantrismo del kashmir e nello Yoga dei Nath, al di là del manifestato e della causa del manifestato, sono contemplati almeno tre stati: Jiva turiya, Brahman Turiya e Turiya-Turiya.
Ma non credo sia qui il caso di affrontare l'argomento.
Più interessante sarebbe, secondo me, il parlare delle esperienze personali dei meditanti.
Il puntino che sovrasta la mezzaluna (nada) dell'AUM è il bindu.
Quel puntino è legato alla consapevolezza di un PRIMA e di un DOPO.
L'istante in cui a volo di rondine ci si avvicina a quel qualcosa di cui non si ha coscienza individuale è il prima.
Lo stupore della reintegrazione e la compresenza della consapevolezza interiore del puntino e della consapevolezza della realtà empirico rappresentano il dopo.
Il meditante fa quindi l'esperienza del "prima" (identificazione con il bindu), del "durante" e del dopo (reintegrazione nella realtà empirica).
Ma può testimoniare solo il PRIMA ed il DOPO non potendo assolutamente conservare il ricordo di ciò che è senza tempo e senza spazio.
Il meditante, è, ovviamente, colui che pratica meditazione.
Ma cosa è la meditazione?
Per anni a chi mi chiedeva -"cosa fai quando mediti?"- rispondevo, con il sorriso più buddhico che riuscivo ad imitare -"medito"-
Col tempo ho scoperto che quasi tutti i praticanti a cui si pone la domanda rispondono sorridendo -"Medito. Che altro?"-


"I meditate, what else?", potrebbe essere lo slogan di una campagna promozionale per dei corsi di yoga. 




Credo che spesso per meditazione si intendano la semplice riflessione o l'immersione in un ragionamento o in un mantra (tecnica definita mananam nel Vedanta), o uno stato di torpore o rimbabimento.
Forse sarebbe il caso si cominciasse a descrivere in cosa consiste effettivamente la pratica della meditazione.
Perché di "pratica, si tratta", ed essendo una pratica avrà un apparato tecnico, un modus operandi,dei "segreti del mestiere" sui quali chi si avvicina allo studio delle discipline orientali trova, chissà perché, scarse indicazioni.


La pratica del meditare sembra che interessi a pochi.

Appassionano molto, invece, le discussioni sui massimi sistemi e gli aneddoti.
Le discussioni sui massimi sistemi fanno sentire intelligenti, gli aneddoti stimolano la mente emotiva.
Ma ciò che riguarda la parte tecnica della meditazione viene relegato nell'ambito dell'insondabile e del non dicibile.